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“Forse ti sei trovato ad essere grande prima degli altri e ora che anche gli altri sono diventati grandi tu ti senti piccolo”
seduto sul letto con i piedi sul parquet, faccio silenzio quando mi muovo. Respiri bene, dormi di lato. La testa sotto ogni coperta. Il timore di questi giorni di aver sbagliato tutto fin qui. Metto in discussione. Credo nella mia storia, credo nella precarietà dei momenti. Ho paura di svegliarti anche. Valuto ogni cosa. Metto in conto di perdere, restare sconfitto. Ma voglio trattenere tutto, tu che dormi io che ti guardo. Mi trovo con l’ansia di sapere, conoscere qualcosa. Mentre un certo contesto va a rototoli, o rimane la confusione, guardo avanti e dico con la tua voce che tutto va a posto. Un momento è un momento. Invece quando ti bacio dico sempre.
“At my most beautiful I count your eyelashes, secretly
with every one, whisper I love you
I let you sleep
I know you're closed eye watching me, listening.
I thought I saw a smile.”
mi pare come ci sia un’isola intorno. Mentre resto a scrivere in senso inverso alla marcia del pullman. L’autostrada è un attimo e non si scorge. Piove, ma si intuisce. Non sono neppure le nove di sera mentre torno a Roma in piena Epifania, ma potrebbe essere una qualsiasi delle ore della notte, così senza luce. Sono illuminato soltanto io, il faretto acceso per fare le mie cose mentre gli altri provano a dormire. Per me il riposo ad occhi chiusi è terminato a metà del viaggio. Vado verso l’ultima volta in quella che è stata casa mia fino ad oggi. Abito in una zona assolutamente meravigliosa di Roma, un luogo per chiunque invidiabile. Ora mi sposto un poco più in là, non tanto lontano in effetti. E sono felice. Le incombenze da trasloco hanno caratterizzato le vacanze natalizie e segneranno il nuovo inizio di anno dal sette gennaio. Imbiancare i muri, prendere i nuovi mobili, sistemare tutto nei nuovi centodieci metri quadrati della mia vita. Vita al plurale da domani. Abbiamo deciso di vivere insieme io e V, lei è la ragazza che mi ha fatto perdere la testa. Impegno. Ho la specialità della mia emozione. Musica giapponese nelle orecchie. E molti libri aperti da leggere, pagine di appunti da prendere. Ho scelto a chi chiedere di leggere e scrivere insieme a me. Sorrido.
“Invent a
new persona
drunk here on the edge of space”
e così accade il cielo sereno strisciato dagli aerei. L’alta visibilità dopo la montagna, la nebbia lasciata all’imbocco della galleria. Come se ora la mattina prendesse forma riconoscibile, farsi largo tra neve rimasta e lavori in corso. Torno a Roma per un frangente a precedere la fine dell’anno. L’approccio al trasloco, la mia scelta compiuta. L’amore grande per la mia ragazza.
“Quanto alla moralità, il secondo grande interrogativo – come dobbiamo vivere? Quali sono le cose giuste da fare, e quali quelle sbagliate? – dipenderà se sarai disposto, o disposta, a pensare con la tua testa.”
e poi capita il grigio. Le righe azzurre ancora nascoste. È inverno. Entrare in un posto al chiuso, un bar o l’ufficio, porta a dire “che freddo”. Vero. Spiffera sopra le orecchie quando è buio, accoglie e rilancia e trattiene alla mattina. In tutto questo non riesci a levarti quell’aria assonnata e sembri dunque un passo più indietro. Il resto procede. A te neppure uno sbadiglio. Condividere la strada stringendo addosso il giornale, stringendo il cappotto. Un passo in fretta. I pantaloni di velluto.
"What we need is a persuasion
what you give is retaliation"
sto facendo considerazioni sul ripetersi consequenziale delle mie vicende. O di alcune piccole ed inevitabili attività quotidiane. Svegliarsi, ad esempio. Ho realizzato stamattina che, senza prendere specifiche decisioni in merito, ormai ho la sveglia puntata abitualmente sulle sette del mattino. E mi sono ricordato proprio oggi di quel mio amico che ripeteva che alle otto e trenta la maggioranza della parte produttiva del Paese è già al lavoro, prendendo per gioco la tendenza a restarsene a letto dei suoi coinquilini. Ora la giornata è fredda, grigia, poco dopo la sveglia un messaggio mi avvisava che Roma sembra Londra. C’è il blocco di fatto del centro cittadino per la protesta in corso dei tassisti, c’è l’ansia scambiata a tazzine di caffè nei bar o nei corridoi dell’ufficio per lo sciopero onnicomprensivo di domani, niente mezzi pubblici. E niente taxi. Un incubo per la mobilità. Se piovesse come ora, sarebbe un incrocio di nefandezze del caso davvero notevole. Io confido nel mio week end, tra Aphex Twin e Blonde Redhead. Tutto il resto passa. Ma il benessere ed il sorriso leggero dei miei tempi rimane oltre ogni ventata autunnale.
“And then later
when it gets dark, we go home”
lo spazio di un vaggio a sud
cinque novembre
sono partito quasi a mezzogiorno. Oggi il volo è stato puntuale. Ho consumato l’attesa a Parigi con le telefonate che avevo lasciato da parte, una baguette fredda e approssimativa e una torta di mirtilli. E quindi un nuovo volo. Sentendo le variazioni dell’animo sono passato dalla noia alla tranquillità e dall’agitazione al senso di mancanza, poi ancora la tranquillità e la voglia di tornare presto. Ora sono in arivo a Ouagadougou, il mio sedile è in fondo, fila quaranta, ma almeno sono sul corridoio. Non so, ma non riesco ad entusiasmarmi molto per questo viaggio. Probabilmente la condizione nervosa di inizio giornata, la voglia di stringere V., farle capire ancora che può fidarsi ed abbracciarmi ad ogni sbalzo d’umore. Voglio che tu stia bene, chiedo di esserne parte. Altitudine quasi dodicimila metri. Vorrei cercare adesso una parola in più che non riesco ad avere.
sei novembre
ero stato in Africa occidentale quasi due anni fa. Il caldo e la terra si assomigliano. Dopo aver dormito non molto e con la sveglia presto comincia il mio giorno in Burkina Faso. Ho passato il tempo fino alle due di questa notte a guardare e sentire V., il lato romantico della tecnologia, dice lei. Sono lontano, ma lei è un bisogno inevitabile. Ouagadougou è una città calda e con la terra rossa. Con le strade asfaltate a metà e le motorette che si affollano e superano le automobili. Nel settore ventisette, dove sono in mattinata, c’è un ammucchiarsi di casette nuove e baracche abusive di terra e mattoni. Sono i nuovi arrivati in città, mi dicono. In effetti Ouaga appare in espansione. Ho visto anche nel tardo pomeriggio, col sole al tramonto, che pure nel quartiere dove si stanno trasferendo gli uffici e i ministeri è tutto in costruzione. Terreni già comprati, spazi larghi e vuoti ed alberghi già in funzione con i soldi arrivati dalla Libia. Tra le mille dispersioni dell’Africa compare oggi un luogo nuovo, una meravigliosa utilità. Vedo un sincero entusiasmo, provo a difendermi dal caldo. Ad ora di pranzo ho già lasciato i suoni dei tamburi tradzionali e ascolto con le maniche tirate su i ventilatori della sala da pranzo all’aperto del mio hotel. Nonostante le differenze tra un luogo e l’altro i tempi lunghi appartengono a tutte le aree di questo continente, e all’ora dei pasti è evidente. Ho preso un sasso. Un salto alla città dell’artigianato. Lasciare la stanza e presto il check in per risparmiare tempo. Con l’invito per l’aperitivo a bordo piscina finisce il mio Burkina Faso. Ho il volo alle nove e mezza.
sette novembre
l’alba all’aeroporto Charles De Gaulle. Attraverso le vetrate inclinate dei nuovi terminal di Parigi si vede un nuovo autunno che comincia. Grigioazzurro e riflessi violetto. Poi le nuvole che si fermano basse e suggeriscono di tenere la sciarpa. La differenza si è fatta sentire subito, scendendo dall’aereo. Era ancora buio e l’aria fredda colpiva con precisione europea di stagione. A Ouaga c’era caldo anche ieri sera. Dunque l’aria condizionata del salon d’honour mentre scorreva la Champions League. In Africa vanno matti per il calcio europeo, ne conoscono e ne sanno. Ora qui, nel tempo di mezzo tra un volo e l’altro, aspetto con la scia leggera di sonno che mi resta dopo il viaggio. Le attese non eccessive negli aeroporti mi piacciono. Manca ancora mezz’ora almeno all’imbarco. Tra poco di ritorno, un taxi e poi di nuovo un giorno.
“Et la trajectoire de la course
un instantané de velours
même s'il ne sert à rien va
le vent l'emportera”
resoconti
ieri è stata una giornata di corsa. Al solito faccio anche il non necessario e dunque riesco ad essere in rincorsa. Tranquillamente dopo la sveglia, misurando i tempi per essere in ufficio e poi altrove. Devo dire che come mi capita quasi ogni volta, nonostante il mio perder tempo anche con gli ampi margini di tempo a disposizione, ce l’avrei fatta ancora e come sempre per un soffio. Tornavo nella mia città e così, visto l’orologio ho chiamato il taxi scendendo le scale. Dopo gli otto minuti di attesa seduto sul sedile posteriore realizzo la prima difficoltà per far tutto in tempo. Avevo alcuni soldi, non molti in contanti. Il contributo al regalo di compleanno di una delle segretarie altera l’armonizzazione delle risorse economiche alle risorse di minutaggio. Confortato dal tassista sulla possibilità del pagamento con carta di credito vengo immediatamente sconfortato dal non funzionamento della strumentazione apposita. Il traffico non aiuta e però riesco, ancora due minuti, ad arrivare. C’è il bancomat di fianco alla biglietteria. Corsa. Scoperta. Non c’è più, tolto di mezzo qualche giorno prima evidentemente. Non è un giorno per essere in orario e a passi torno al taxi, mentre il mio pullman prende la strada. Rocambolescamente saldando il conto, prendo il trolley e guardo dritto al prossimo pullman, un’ora più tardi, tollerabile tutto sommato, dico. E così quasi a fare i conti dell’acquisto del biglietto, avverto leggerezza. Subitanea consapevolezza. Manca la borsa. Con il computer, qualche documento, la stampa dei miei prossimi biglietti aerei. il radiotaxi dà una mano e dopo un po’ ecco ricomparire l’auto che mi ha accompaganto fin qui. Con la mia borsa dimenticata sul sedile posteriore. Ed una nuova corsa rifiutata per tornare da me. Prontamente ricompensato il buon uomo alla guida con un benevolo obolo da cinque euro è finalmente possibile partire. Soddisfazioni. Stamattina alle nove sono già di nuovo a Roma.
oggi la giornata ha preso una piega positiva. Senza motivi precisi. Volatilità degli stati d’animo. Doccia di ritorno. Primi impegni. Pranzo. Parole per provare a chiarire incertezze ed incombenze. Si vedrà. E poi ora sono appena arrivato a Lisbona. Davvero il mal tempo a battezzare la mia partenza. Pioggia e lampi. Un vero temporale, da guardare dietro le finestre. Lasciando il cielo illuminarsi di novità e sentire soddisfazione a vedere i marciapiedi bagnarsi. O da intuire nel traffico. L’orario del pomeriggio è il peggiore e la pioggia infittisce e sfoca le luci per strada. Il mal tempo ha lasciato sul mio volo un notevole ritardo. È la seconda volta in Portogallo, sento la mancanza di chi sa osservarmi a piccoli tratti con la sincera partecipazione del nero contorno occhi. Anche senza motivi. Mi giro e guardo V. ed ogni volta penso quanto sia bella davvero. Lei non mi crede veramente quando le dico che penso così ad ogni sguardo, sono sicuro. Dal balconcino dell’albergo si vede una porzione di città, non molto però. Il taxi dall’aeroporto a qui non ci ha messo molto. Appena quanto sufficiente per farmi pensare che nelle cose banali si nota la differenza dei posti. Vedere e viaggiare. Pesare. Non mi abituerò mai alla bellezza di tutto questo. L’hotel mi ricorda la sistemazione delle stanze in Brasile. Ed il copriletto ha un’aria ocra e vecchio stile. Il tempo è buono. L’aria è piacevole e movimentata. Nella notte di Lisbona aspetto domattina e trovarmi a frequentare le linee curve davanti all’oceano.
“Vorrei, un giorno, poter dire ti ricordi, oppure facciamo o meglio ancora faremo.”
è cominciato ormai l’autunno a Roma. Il freddo, dico, è arrivato. Si trascina e protegge. Nell’alternanza di luci e nuvole si lascia spazio all’incertezza. Fa da sfondo. Intanto cammina e incoraggia la polvere sulle installazioni di luce verde e pannelli di ferro. Contendere una prova di stabilità al calendario, immaginare oltre il confine del presente generalizzato. Ripeto, marginalità continuativa del mio senso necessario. I termini assoluti e oggettivare a giornata, l’opinione pubblica impegnata per altro. Per me tutto. Io scelta consapevole, io e la costruzione possibile, io le tue mani sempre, io la volontà di tenerti senza pause, io il tuo cappotto rosso. Una minaccia al normale movimento delle cose, vedo così. Mi piace, sorrido. È freddo. E alla mattina pensando. La consapevolezza di quanto desiderio. Stai lì e mi guardi, in ginocchio sul letto. La giornata nuova d’autunno accoglie l’impertinenza del sentirsi molto più che adeguati.
“Sulle vetrine bagnate colano prezzi da dimenticare. Ma non c'è niente di particolare, a parte il fatto che mi manchi. E non c'è niente di particolare, vorrei essere con te”
con l’autunno che porta la scarsa visibilità delle aree più lontane e della fine in alto delle colline. Andando verso la notte continua, si spiega la pioggia che realizza il freddo ed il cambio di stagione. Bagna in strada. E tra le diverse intensità resta fuori il suono coperto dal doppio vetro della stanza. Quando dentro sfiora il pensiero, sottranedo pezzo a pezzo della recente nostalgia di un’esperienza ancora in corso ma non presente immediatamente, si smorzano le parole in questo spazio della solitudine circoscritta. Il tempo del giorno ormai alla fine. E soltanto la speranza di poter presto rivedersi. Il sonno lieve degli innamorati lontani. Che tendendo la mano cercano di recuperarsi, fermo ciascuno nel proprio letto e nella reciproca distanza. Alla penombra infastidita dal pensiero dei giorni indietro. Non digerire una condizione, si può soltanto aspettare.
“E per questo le chiediamo di prestare la massima attenzione”
in questi giorni mi trovo a fare il pendolare tra Roma e, più o meno, la mia città. E’ per via delle vicende che ci occupano il tempo. A volte sembra mancare il respiro, ma si riesce. Però questi spostamenti continui e argomentalmente unidiretti lasciano sul campo un po’ di confusione. Una presenza alterna in ufficio e la volontaria –magari solo pretesa- sospensione di eventuali movimenti oltre confine. Insomma, continuo a muovermi, ma non salgo su un aereo dal ventisei di agosto. Vista l’assidua frequentazione di aereoporti ed aereoplani degli ultimi mesi è un tempo considerevole. Provo a tenere tutto in fila. Ma qualcosa da parte resta sempre. Scrivo mentre sono in autostrada. Scorre. Montagne e campi gialli. Gli alberi di sempre e quelli andati, bruciati dagli incendi. La settimana si concluderà lontano da Roma. Vorrei tornare con molto da dire. Allora mettere in fila anche i sorrisi e le notti stanche dopo un giorno pieno. Abbracciarsi, recuperare le fughe. Tornare a toccare reciprocamente la serenità a star seduti su un tronco d’albero in orizzontale. Considerare e superare le problematicità del giovedì sera.
“Because in either game, life or football, the margin for error is so small, I mean, one half a step too late or too early and you don't quite make it, one half second to slow or too fast, you don't quite catch it."
come a volte accade mi sto misurando in un periodo di sfida. Non mi spavento. Credo che in certe cose la tendenza -e anche l’abilità che ne è quasi conseguente- di mettersi in discussione e di lanciarsi sia quasi innata. Raccolgo a volte la noia e resisto. Trovo uno stimolo in più in un modo libero di muovermi che questo tempo consente. La mia iniziativa può avere risvolti interessanti. Mi sono posto il problema di non farcela. Forse. Non sono sicuro. Io continuo perchè non mi accontento di sentirmi garantito. Sistemo le cose provando a non dimenticare nulla eppure sono giorni abbastanza pieni, non semplici, con cento angoli e cento piani. Tenere tutto delle diverse dimensioni. Sto perdendo una persona importante e non mi piace. Sorprende la contraddizione possibile, nelle pieghe dei giorni. Questione di centimentri. Si vive per questo. Stupirsi e tenere tutto. E perdere. Trovare. Io accetto le sfide e considero. Quanto in questi giorni che mi prendono ad innamorarmi.
“L’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine.”
nonostante i detrattori e gli scettici naturali resta una lettura in chiave positiva dell’approccio alle vicende sensate. Tralascio e condivido. Ho un peso allo stomaco e l’espressione contratta un poco perché non mi è ancora possibile spendere parole. Tranquillizzo, confermo i miei slanci. Fermo i tentativi di fuga. Come se neppure con le mani al collo. Poi resto nel secondo pomeriggio con la testa piegata a sinistra, in diagonale come la vita, guardo nel vuoto. Penserei che ottimo sarebbe non essere male interpretato, raccolto in una sincera professione verbale. Non colpire, non colpire, non lo faccio. Ma senza sorvolare. Eppure accolgo col sorriso l’idea inconsueta di essere felice per ragioni di sentimento e costruzione.
“Ti voglio bene.
Ti voglio.
Bene.”
ritornato a passi nel mondo (ir)reale che ho intorno trovo un’idea di settembre che occupa spazio. Devo provare a concedermi spostamenti di scarsa durata. Già ora alzo gli occhi verso il mio prossimo volo a Berlino con un certo fastidio. Ho molto da costruire qui invece. Sono le buone ragioni dell’inventiva per non spegnersi piccoli. Riprendo a stare a Roma con un senso di tranquillità poco motivato, immagino sia il periodo estivo che si prolunga oltre il ferragosto. Oggi c’è anche qualche nuvola, non si soffre il caldo, c’è un aria che consente i passi lenti. Penso avanti. Guardo. Scopro un’emozione nuova che non sentivo da molto.
"A million year old fossil
I send to you
this comes from my family
and the ancient sea
a prehistoric impression
of the modern krill
she feeds the noble whale
and offers you longevity"
l’estate c’è. Io me ne accorgo ora. E poi penso, dopo un ritorno nella città di Londra che tanto mi appassiona. Avevo da tempo in programma di andare in Svezia. Le date già fissate. Lì dove il vento prende i desideri e li tiene per mano con aria scostante. Camminare di notte. Guardare il mare. Volere tener testa alle scommesse con se stessi. Ci pensavo e ad un certo punto ho detto all’improvviso che forse potevo evitare, ero stanco, riuscivo a cancellare. Ho riflettuto. Le cose cambiano, stanno cambiando. Ho guardato bene, mi sono guardato bene. Ho capito che potevo farne a meno. Il vento del nord che pure ho cercato non lo inseguo più sulla scia delle primavere lontane. Mi perdo dietro all’idea degli animali da montare, ai pensieri lunghi, al ritrovarmi strano con le mie sensazioni. Ho voluto sincerità con me stesso. La Svezia. Ogni cadenza del tempo ha un significato. Ci sono momenti ai quali appartiene la necessità di decidere. E io ho deciso di non partire.
"C’è stato un momento in cui si è mostrato il disegno divino
perfetto equilibrio tra tutte le forze del bene e del male”
per la prima volta ho perso un volo. Non è proprio il giorno migliore per questa nuova esperienza, ma ormai posso solo aspettare. D’altra parte mi sembrava strano che finora non fosse mai successo. Ho un certa frequenza - direi almeno settimanale ormai – con gli aerei e statisticamente mi sarei aspettato che tutto questo accadesse anche prima di oggi. Detto ciò ammetto che non ho vere cognizioni di statistica, e persino la matematica non l’ho mai digerita per quanto al liceo riuscivo a tirare fuori anche un sei. Che di fianco al 9 in latino aveva il suo perchè. Sono stato anche marginalmente fortunato... pare che nella giornata ci siano solo due posti liberi considerando tutti i voli diretti a Roma e uno ora è mio. Quindi sono ancora a Bruxelles, in aereoporto, aspettando il mio volo di mezzogiorno. Inoltre da queste parti è chiaramente autunno, non capisco se sia dovuto al fatto che qui siano tremendamente più avanti o che siano rimasti molto indietro.
“So bene come sembri stupido il mio tempo
a chi come te misura le cose a sorrisi"
so bene come sembri stupido il mio tempo. E anche certi discorsi. Li trovo anche io estemporanei. Dico che dovrei resistere alla inevitabilità -spesso non reale- con la quale si presentano. Con la speciale delicatezza di una fodera di velluto potrei avvolgere tutte le parti dell’insieme così incombente. Staccandomi dalla testa tutte le consapevolezze accumulate, i fatti di una vita, le convinzioni arriverei a scoprire anche i rimpianti. Ma allora mi stendo e sorrido. Perchè ho una gran voglia ogni volta di tornare indietro,ma sapendo al passato. Che le scelte sarebbero le stesse. Ed i rimpianti al futuro, i medesimi ai quali sorridere.
“Just too late and still too little”
lo sai a volte il tempo vola. Vola così che poi non resta che considerare quanto distacco regge tra il punto x e il punto y. Mi pare che tutto questo silenzio ci abbia allontanato, eppure io non ho provato a fare diversamente. Salta agli occhi la sproporzione tra il mio atteggiamento nei tuoi confronti e tutto il resto... chissà che avevo per la testa. Poi ritrovarmi a pensare in una giornata di lieve affanno, la sveglia improvvisa a condizionarmi la mattina. Da un’altra parte tu stai sempre al nord. Io ripiego la mia estemporaneità in cento parti di carta sottile, rifletto che non c’entri nulla in questo pomeriggio. Avvicino i bordi del mio nuovo biglietto aereo e guardo dentro come un cannocchiale, e intanto non ho niente da sorridere, nulla da dire, poca volontà di fare qualcosa. Viaggio ancora ma non ti arrivo mai vicino. Eppure hai smesso di mancarmi. Da quando mi abbracciasti in metropolitana è passato un tempo congruo. A volte però, per caso e solo di sfuggita, vorrei ancora stringerti vicino su una banchina di Stoccolma.
"So I'm sitting in a cafe and eating a sandwich now to get out of the sun"
oggi pensavo che certa retorica non tiene conto della realtà. Conosco molte persone che hanno dato tanto e ancora si spendono senza questionare più di tanto. Di questi tempi si fa quasi fatica a pensare che sia giusto proporre gli strumenti adeguati a non rimpiangere un sacrificio dei tempi. Con uno sforzo di lealtà bisogna però affermarlo. Ciascuno di noi nel corso della propria vita mette sulla bilancia le diverse opzioni e le scelte possibili. Per alcuni accade che senza pensarci e soppesare troppo si fa pendere la bilancia in una direzione, con un moto quasi d’istinto. In verità vi è alla base un opportunismo che manca e che su alcune scelte –appunto- non può intervenire. Al di là di ogni eventuale cinismo, dei calcoli sulle parole e gli atteggiamenti da usare, al di là del comportamento di spregiudicatezza, presente o assente, va considerata questa base. E non pensare che sia negoziabile o che si dimentichi. In questo c’è una nobiltà ricercata a parole, ma disprezzata nei fatti dagli amanti della retorica del tempo che corre. E intanto ogni ostacolo e solitudine si scelgono senza porsi problemi e si superano con convinzione poco alla moda. Senza curarsi di ogni facile detrattore.
“Made at last a league against them
to molest them and destroy them”
“Vorrei i tuoi occhi su di me.
Adesso.”